UOMO DEL MIO TEMPO
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
-Salvatore Quasimodo-
Componimento delle 01.07
Sono il castoro
oro oro oro
e mi fumo l’alloro
e mi vedo castoro
ma sono uno scoiattolo
quant’è bono sto alloro.
Tutto cambia e niente cambia
Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzovolo come dirigibili presi tra venti contrari
E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade
Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Mannahatta
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila
Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia
E risate s’alzano
sul mare lontano
Lawrence Ferlinghetti
facilmente
mi aprirà
benché abbia chiuso me stesso
come dita sempre mi apri
petalo per petalo
come la primavera fa
toccando accortamente
misteriosamente
la sua prima rosa
e io non so
quello che c’è in te
che chiude e apre
solo qualcosa in me
comprende
che è più profonda
la voce dei tuoi occhi
di tutte le rose
nessuno
neanche la pioggia
ha così piccole mani Il tuo più tenue sguardo - Edward Estlin Cummings
Ode al giorno felice
Ode al giorno felice
Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto,
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché si,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.
-Pablo Neruda
Sono nata il ventuno a primavera
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
- Alda Merini
Che cosa è poesia? Poco fa ce lo stavamo chiedendo io ed un amico. Ho pensato: per me anche un semplice buco sulla manica del mio vecchio maglione è poesia, racchiude poesia o comunque qualcosa di poetico, se ripenso a come è stato procurato, alla concitazione, alla passione di quel momento, frenetica, quasi animalesca, che non conosce ostacoli lungo il suo percorso, che si dimentica delle barriere fisiche nell’attimo in cui la corsa si fa arma, sola e possibile, per raggiungere quel corpo che pare così distante, nell’intento unico di cingerlo, abbracciarlo, quasi soffocarlo in una morsa che non avresti voluto finisse mai. E ora ciò che rimane è proprio quello, una ferita tra i filamenti di lana, a ricordare, a racchiudere in quel semplice umile varco tutta la frenetica potenza di un semplice gesto compiuto in un tempo che è stato, che non appartiene all’oggi se non nella materia in sé. Anche questa per me è poesia.
Charley Parker looked like Buddha
Charley Parker, who recently died
Laughing at a juggler on the TV
after weeks of strain and sickness,
was called the Perfect Musician.
And his expression on his face
Was as calm, beautiful, and profound
As the image of the Buddha
Represented in the East, the lidded eyes,
The expression that says “All is well”
This was what Charley Parker
Said when he played, All is well.
You had the feeling of early-in-the-morning
Like a hermit’s joy, or like
the perfect cry
Of some wild gang at a jam session
“Wail, Wop” Charley burst
His lungs to reach the speed
Of what the speedsters wanted
Was his Eternal Slowdown.
A great musician and a great
creator of forms
That ultimately find expression
In mores and what have you.
Musically as important as Beethoven,
Yet not regarded as such at all,
A genteel conductor of string
orchestras
In front of which he stood,
Proud and calm, like a leader
of music
In the Great Historic World Night,
And wailed his little saxophone,
The alto, with piercing clear
lament
In perfect tune & shining harmony,
Toot as listeners reacted
Without showing it, and began talking
And everybody talking and Charley
Parker
Whistling them on to the brink of eternity
With his Irish St Patrick
patootle stick,
And like the holy piss we blop
And we plop in the waters of
slaughter
And white meat, and die
One after one, in time.
And how sweet a story it is
When you hear Charley Parker
tell it,
Either on records or at sessions,
Or at official bits in clubs,
Shots in the arm for the wallet,
Gleefully he Whistled the
perfect
horn
Anyhow, made no difference.
Charley Parker, forgive me
Forgive me for not answering your eyes
For not having made an indication
Of that which you can devise
Charley Parker, pray for me
Pray for me and everybody
In the Nirvanas of your brain
Where you hide, indulgent and huge,
No longer Charley Parker
But the secret unsayable name
That carries with it merit /
Not to be measured from here
To up, down, east, or west—
—Charley Parker, lay the bane.
off me, and every body.”
Eugenio Montale: I Limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.